Campania Stories 2020, una maratona di assaggi!

Assaggi a cura di Sara Boriosi, Monica Coluccia e Francesca Ciancio


di Sara Boriosi

Partecipare a Campania Stories è sempre impegnativo. Il piacere delle visite in cantina presso i produttori è un momento che si diluisce tra le batterie di degustazione dal ritmo incalzante; si parla di più di 300 assaggi distribuiti in due giorni, da svolgere in un tempo record subito dopo il caffè della prima colazione e un momento prima del caffè post prandiale, prima cioè di prendere il furgoncino che condurrà in qualche località sperduta tra le asperità dei monti irpini.

A far da contrappeso alle fatiche della degustazione, il consueto servizio ineccepibile di scuola AIS: preziosi per pazienza, capacità mnemoniche (chi ha assaggiato alla cieca è stato salvato in più riprese dalla fedele guida AIS in grado di riprendere il filo degli assaggi durante una batteria di rossi capace di sfiancare Lou Ferrigno), cortesia ineguagliabile.

Una panoramica dell’annata è d’obbligo; l’andamento climatico è imprescindibile per capire cosa abbiamo avuto nel bicchiere e cosa ritroverete nelle vostre tavole, una volta scelta un’etichetta della vasta produzione vinicola campana.
Il manuale di accompagnamento agli assaggi dice che la 2019 ha avuto un inverno mite e poco piovoso, contrassegnato da un clima storicamente atipico ma sempre più ricorrente negli ultimi anni. Il manuale parla di una primavera sbilanciata nelle precipitazioni piovose, circostanza che ha creato un rallentamento nella fioritura della vite, fino ad arrivare in condizioni migliori per la stagione estiva, calda e afosa. Le precipitazioni estive sono state scarse, ad eccezione di temporali agostiani tipicamente volti a rovinare la gita fuori porta.
Cosa ha portato questo andamento climatico nel calice dei vini assaggiati?
Al netto del fatto che, come accennato, le batterie di assaggio prevedono sempre ritmi serratissimi, grazie alla varietà delle etichette partecipanti e al ritmo imposto in sede di degustazione si è più capaci di capire l’impatto che le stagioni -sempre meno prevedibili- hanno sulla produzione vinicola.

Per quanto riguarda il Fiano d’Avellino si può affermare che i vini del 2019 faticano a esprimersi, ma non per vezzo del produttore. La cifra espressiva dei Fiano in batteria è, di fatto, la timidezza.
È noto ai palati più smaliziati che il Fiano d’Avellino abbia bisogno di almeno un paio di anni per abbassare la guardia posando l’armatura per indossare i lustrini, ed effettivamente i campioni in assaggio hanno offerto una rosa di vini che confermano questa regola aurea. Tutti gli assaggi sono stati fatti tenendo a mente questo assunto; il frutto, così come i profumi vegetali di fieno ed erbe aromatiche sembrano concedersi con titubanza nell’annata in uscita. Tuttavia in alcuni campioni, è evidente che questa ritrosia sia il prodromo di ciò che diverrà il Fiano del 2019: come certi caratteri introversi in gioventù che deflagrano appena acquisita la giusta sicurezza, così molte etichette di cui si percepisce la stoffa si preparano ad esplodere appena il tempo concede loro il giusto affinamento.

Diverso discorso per il Greco di Tufo, che per l’annata 2019 si propone con gentilezza. Abituati al carattere puntuto e spigoloso di questo vino, trovare nel calice espressioni così addomesticate ha disorientato sia le narici che il palato. Per quanto mi riguarda, un po’ mi è mancato quel nervo imprevedibile tipico del Greco di Tufo, che ho ritrovato in poche etichette di cui ho riconosciuto l’autore per via dell’impronta personalissima e inconfondibile. Questo Greco che si può definire prêt-à-porter ha il vantaggio di essere goduto senza dover aspettare che il tempo lo renda meno elettrico, eppure di questo vino è proprio il passaggio intermedio che mi incuriosisce. Riassaggiare anno dopo anno le etichette che mi hanno preso per la gola per vedere con stupore con quanto vigore riescono a sfidare il tempo.

I vini rossi sono stati proposti in una rosa di annate che a partire dalla 2019 si è fermata alla 2010. Menzione speciale per quelli a base piedirosso: a parte un paio di casi, la produzione media è buona e ben fatta, vini da beva ritmata e abbondante.
I rossi a base aglianico soffrono un po’ dell’uso di legno non sempre in equilibrio. Soprattutto alcuni Taurasi, del tutto snaturati da un legno spesso invadente, sfacciato. Il Taurasi, più che un vino è un uomo tutto d’un pezzo. Un monumento, dalla intrigante caratteristica che lo fa invecchiare e morire pur rimanendo in piedi, grazie ai tannini e alla spina acida capace di sorreggerlo nonostante la perdita del frutto. Ecco, in alcuni assaggi era evidente la volontà da parte del produttore di dare al vino una struttura più massiccia fornendo un supporto di legno del tutto inutile, fuorviante. Alcune etichette storicamente ineccepibili hanno riscontrato difetti clamorosi, altre hanno riconfermato la grandezza di una produzione che nel tempo si è migliorata con passi da gigante. Quella dei rossi è stata sicuramente la batteria di assaggio più impegnativa e divertente.

Nel complesso, vini come sempre affascinanti per complessità e capacità evolutiva. Da tenere in cantina senza paura del tempo.