Colli Berici, a che punto siamo con la piccola Bordeaux vicentina?

di Liliana Savioli

Roccia calcarea, terreni di argille rosse e di basalto, l’altitudine che allontana le nebbie e le gelate tardive, la ridotta precipitazione annua. Sono questi gli aspetti ambientali che fanno si che i vini della DOC Colli Berici siano ricchi di carattere e personalità. Tanti boschi, tante vigne, splendide ville venete e Palladiane. Un territorio unico che affascina e sconvolge dalla bellezza. Vigne di tai rosso, cabernet sia franc che sauvignon, merlot e carmenere ma anche di garganega, chardonnay, sauvignon e pinot nero. Il Consorzio di Tutela Colli Berici e Vicenza con 30 soci, tra privati e cooperative, che rappresentano più del 90% della produzione di uve DOC.


di Davide Fasolo

Quando penso ai Colli Berici, da vicentino, penso alla coesistenza di bellezza, natura e contrasti tra le esposizioni. La diversità è la chiave: diversità di terreno, di esposizione, di versanti e di idee produttive. Il tutto in un contesto che richiama bellezza senza monotonia paesaggistica, col plus dei gioielli architettonici palladiani e qualche capannone di troppo. Ed i vini ?
Gli anni d’oro dei Conti Da Schio e dei Lazzarini sono andati, i grandi bordolesi di eleganza e longevità prodotti fino agli anni ’80 sono spariti ed i Colli Berici si sono impigriti; bastava produrre semplice e vendere locale. Il concetto di qualità è stato interpretato per un po’ in modo labile e forse senza confronto con ciò che accadeva fuori area; è semplice essere il più bravo in un territorio quando il livello è tendente al modesto. Questo è stato per molto il mio rammarico: vedere potenzialità enormi sfruttate non sempre al massimo.
Ma oggi le cose sembrano finalmente cambiate perché si sta completando un passaggio generazionale importante, non tanto sotto l’aspetto anagrafico quanto sotto il profilo di maturità di intenzioni, si vuole tornare a fare bei vini, in qualche caso anche gran bei vini, ci si crede, le due direttrici sono chiare, Tai Rosso e Bordolesi, le uve bianche sono minoritarie ed il Carmenere oggi è sostanzialmente di competenza di una singola azienda, la scommessa ora è spostare l’asticella verso la definizione di cosa sia un gran bel vino e questo lo si fa attraverso il confronto tra persone che hanno idee e volontà, certo non tutto è perfetto, qualcosa da registrare ancora c’è, qualche azienda va ancora verso la produzione da fascia di semplice posizionamento commerciale ma la macchina sembra essersi messa in moto, le persone giuste sembrano esserci ed i margini di crescita potenziali sono veramente importanti.
Vorrei di mio evitare di vedere la presenza eccessiva di appassimenti o surmaturazioni perché siamo a Vicenza e non produciamo Amarone, quindi bene la ricerca della piena maturità a patto che mantenga integro il varietale, magari in qualche caso non guasterebbe una messa a fuoco maggiore dell’obbiettivo e ritorniamo ogni tanto al pensiero di cosa rende grande un vino ovvero la sua capacità di raccontare un territorio e un vitigno più che una tecnica amplificando il tutto con sfaccettature e visto il ben di Dio di esposizioni e diversità direi che vale la pena investire su queste colline per i prossimi lustri.
Io qualche bottiglia dei Colli Berici la rimetto in cantina.