Speciale “Feel Venice”, i vini della Serenissima

Liliana Savioli

Lo ammetto, son partita prevenuta. Pensavo: ma che vini pensi di trovare  in questo press tour? I terreni sono rubati alla polenta, il Raboso non ti ha mai convinto, il Lison ti piace, ma lo conosci poco, il Malanotte che cosa sarà? Come al solito la mia crassa ignoranza ha subito una bella botta. Ho imparato molto e ho degustato dei vini con anime diverse e che sanno parlare al cuore, che divertono, che sono abbinabilissimi, che raccontano una bella storia, che non parlano di terre rubate alla polenta ma al mare, dove solo la vite riesce a sopravvivere.

Tanto per dire da quanto tempo in quelle terre si coltiva la vite mi raccontano di testimonianze di epoca romana custodite all’interno del museo archeologico di Quarto d’Altino e Lison (alcuni vasi e vinaccioli). I testi del geografo Strabone (44 a.C – 24 d.C.) parlano delle popolazioni di questi territori, gli “Heneti”, note per avere botti ricolme di vino grandi più delle porte di casa. Il vero sviluppo però lo abbiamo con la Serenissima, che tra i tanti commerci con il Medio Oriente e le coste orientali dell’Adriatico, contribuì notevolmente allo sviluppo della viticoltura veneta.

Il Consorzio Vini Venezia ad oggi è uno dei pochissimi consorzi italiani nato per promuovere e tutelare più denominazioni, ben cinque: DOC Venezia, DOC Lison-Pramaggiore, DOC Piave e le DOCG Lison e Malanotte del Piave. Attualmente conta più di 2mila produttori, tra soci diretti e indiretti, per un’area che va dalla pedemontana veneta fino alle isole della laguna veneziana, coprendo una superficie di circa 4.939  Km² e sviluppandosi quindi sulle province di Treviso e Venezia, con più di 2700 ettari vitati da dividere idealmente in due macro-aree: la zona dell’alta pianura e quella della bassa pianura, che sono il risultato di un lungo periodo di glaciazioni e di successivi depositi alluvionali. Il territorio è inoltre segnato dalla presenza di antiche vie d’acqua: il Tagliamento, il Livenza, il Piave e il Brenta che trasportarono elementi dapprima grossolani e poi sempre più fini.

L’alta pianura ha suoli tendenzialmente ghiaiosi, dotati di buon drenaggio, che obbligano le radici delle viti ad esplorare gli strati profondi del suolo. Queste le condizioni ottimali per produrre soprattutto vini bianchi, freschi, eleganti, aromatici con importanti note floreali e di frutta bianca.

La bassa pianura ha invece suoli composti da materiali più fini, principalmente argille e limo. Questi terreni, ben equilibrati, danno origine a vini rossi strutturati, con importanti note di frutti rossi, e a vini bianchi aromatici, pieni, strutturati e che si prestano bene all’invecchiamento. Fra l’alta e la bassa pianura vi è la fascia delle risorgive, un’area davvero interessante, principalmente dal punto di vista paesaggistico e ambientale: chi vi transita può godere di grandi suggestioni

É in queste aree che, grazie a nuovi progetti e sperimentazioni, prende vita l’ultimo vino nato del Consorzio: il Pinot grigio Rosato Doc Venezia, una fresca interpretazione delle potenzialità dei terroir.

Dal 2010 il Consorzio Vini Venezia, con il contributo del noto prof. Attilio Scienza e assieme all’Università di Padova e di Milano, e al CRA-VIT di Conegliano, ha dato vita all’ambizioso progetto di recupero della biodiversità vitivinicola a Venezia, con due vigneti sperimentali nel cuore della città lagunare: uno locato nell’isola di Torcello all’interno della tenuta privata Baslini; l’altro situato nello splendido complesso di Santa Maria di Nazareth, con il noto Convento dei Carmelitani Scalzi; ed è proprio quest’ultimo che ho visitato e dove si sono svolte 2 degustazioni comparative di altissimo spessore, guidate da relatori AIS, che trovate in questo speciale.