2009,  BIANCHI,  Ricci Carlo Daniele,  VINO

2009 Giallo di Costa, Daniele Ricci

In Sabaudia i vitigni bianchi autoctoni sono sempre stati un problema. Un po’ perché schiacciati dalla arroganza dei rossi, un po’ perché sminuiti dalla propria intrinseca pochezza, un po’ perché (anche per pigrizia) da queste parte si è per lungo tempo deciso di sostituirli con gli alloctoni internazionali. Ma un bel giorno un certo signor Massa si ricordò che dalle parti di casa sua, il Tortonese che al tempo era dominato da vini rossi e corpulenti, si coltivava anche un’uva bianca altrove dimenticata: il timorasso. Da quel momento partì una piccola riscossa e oggi possiamo trovare viti di timorasso piantate anche fuori dalla sua zona di elezione (sui risultati di questi esperimenti mi permetto di sospendere il giudizio). La cosa interessante della faccenda è che, mancando una vera tradizione univoca nella vinificazione del timorasso, ogni vignaiolo del tortonese lo lavora a modo suo, contribuendo a creare un panorama di versioni magari non tutte riuscite ma che sono una manna per chi di vino è curioso. Se dico che l’interprete più originale di questa schiera di timorassisti è Daniele Ricci è probabile che non mi creda nessuno. E non potrei dargli torto (a nessuno) perché Daniele è un amico caro e io sto facendo una fatica del boia a oggettivare la descrizione di questo vino. Apposta l’ho presa alla lontana ma ci provo. Il Giallo di Costa se ne sta fuori dai disciplinari, catalogato come vino bianco. È un macerato che in principio, quasi per caso, fu cortese (l’uva) e da allora è stato ed è timorasso. Il mosto sta sulle bucce 90 giorni, tecnica che nei bianchi di solito mi piace poco. Eppure nel Giallo di Costa, anche di annate successive, non ho mai ritrovato il difetto che imputo alla maggiorparte dei macerati, che è l’omologazione dei vitigni. Se lo guardo in controluce, vedo il timorasso che col tempo si è fatto oro antico, quasi ambrato. Se lo annuso, sento il timorasso, tra lo zafferano e la pietra focaia. Se lo bevo, sento il timorasso, con pienezza di sapore e quel calore di quando, in un giorno di sole di fine estate, mi spinsi fino a una conca silenziosa circondata da filari. Un luogo dove ogni tanto mi è necessario tornare. Al naso sento netta un’albicocca disidratata con rimandi di zafferano, di nocciola, di miele di castagno. Una lieve rifermentazione, in scarsità di solforosa, ha aiutato il vino a tenersi lontano dall’ossidazione. È un difetto, beninteso, e il mio punteggio ne tiene conto. Anche se lo spunto di petillanza conferisce un’inopinata piccantezza a quell’albicocca che nel sorso abbandona la sua ritrosia e si fa più concessiva, sciogliendosi in succo. Il vino termina il suo cammino lasciando una scia salata, vagamente fumè, e la voglia di tornare a San Leto si fa pressante. Ma non vi fidate di me, io sono di parte.

Azienda Agricola Ricci Carlo Daniele
Strada San Leto, 2
5050 Costa Vescovato (AL)
Tel +39 348 031 0883
cascinasanleto@libero.it

  • BARBATO [01/05/20] - 9/10
    9/10
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3 Comments

  1. Luigi Fracchia 6 Maggio 2020
    • Nicola Barbato 7 Maggio 2020
  2. Luigi Fracchia 6 Maggio 2020

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