2010,  AOC,  BOURGOGNE,  CHAMBOLLE-MUSIGNY,  FRANCIA,  Ghislaine Barthod,  ROSSI

2010 Chambolle-Musigny, Ghislaine Barthod

Bere un vino di Ghislaine Barthod equivale ad infilare nella stessa frase le parole severità e Chambolle.
Non sono vini semplici da trovare quelli di Ghislaine, femmina elegante e dura dal parentame nobile (borgognonamente  parlando), eppure sono bottiglie che ripagano sempre ed in ogni caso lo sforzo della ricerca.
Certo, se ci si vuole accontentare dell’idea di accostare un territorio – quello di Chambolle – a vini per forza suadenti, profondi ma in un certo qual modo teneri, bisogna muovere altrove: perchè i pinot noir di Ghislaine sono innervati da una tensione e da un’austerità che li rende originali nella loro espressione.
Non che questi liquidi manchino di riconducibilità territoriale – tutt’altro – ma è come se la loro trama ne uscisse irrigidita; è come se nel bicchiere questi apparissero marcati da una vigore acuto, da una timbrica straniante e raffinata.
Il vino stappato, per la cronaca, è una selezione village dalla sontuosa annata 2010: un’ interpretazione che non esiterei a definire maiuscola, se inquadrata nella propria categoria.
Nel bicchiere la fase olfattiva non offre alcuna cedevolezza ma è articolata in maniera sorprendente, ed il frutto – profondo e definito – è punteggiato da una speziatura ben percettibile, da note di erbe officinali, da ricordi di radice e scorza d’arancia amara; in bocca il vino è longilineo senza essere magro e nulla perde in termini di tessitura o presenza scenica, addolcendosi – oltretutto – con l’ossigenazione.
Una bottiglia probabilmente al suo apice (in termini di potenziale espressivo e parabola evolutiva), che stupisce ed incuriosisce per il suo andamento sincopato, per il suo incedere saltellante, per il continuo rimbalzare fra testa e pancia.

Chambolle Musigny 2010, Ghislaine Barthot
 4 Ruelle du Lavoir, 21220 Chambolle-Musigny, Francia
  • Mattei [05/04/20] - 9/10
    9/10
9/10

Summary

Bere un vino di Ghislaine Barthod equivale ad infilare nella stessa frase le parole severità e Chambolle.
Non sono vini semplici da trovare quelli di Ghislaine, femmina elegante e dura dal parentame nobile (borgognonamente  parlando), eppure sono bottiglie che ripagano sempre ed in ogni caso lo sforzo della ricerca.
Certo se ci si vuole accontentare dell’idea di accostare un territorio – quello di Chambolle – a vini per forza suadenti, profondi ma in un certo qual modo teneri, bisogna muovere altrove: perchè i pinot noir di Ghislaine sono innervati da una tensione e da un’austerità che li rende originali nella loro espressione.
Non che questi liquidi manchino di riconducibilità territoriale – tutt’altro – ma è come se la loro trama si  irrigidisse, è come se nel bicchiere apparissero desaturati, marcati da un vigore acuto, straniante e raffinato.
Il vino stappato è una selezione village dalla sontuosa annata 2010: un’ interpretazione che non esiterei a definire maiuscola, nel suo genere.
Nel bicchiere la fase olfattiva è articolata, ed il frutto – profondo e definito – è punteggiato da una percettibile speziatura, da note di erbe officinali, da ricordi di radice e scorza d’arancia amara; in bocca il vino è longilineo senza essere maro e nulla perde in termini di tessitura o presenza scenica, addolcendosi – oltretutto – con l’ossigenazione.
Un vino probabilmente al suo apice (in termini di potenziale espressivo e parabola evolutiva), che stupisce ed incuriosisce per il suo andamento sincopato, per il suo incedere saltellante, per il continuo rimbalzare fra testa e pancia.

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